Agroalimentare italiano, la partita si gioca sull’export

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Con il piano “Sblocca Italia” il governo ha previsto un target di crescita dell’export agroalimentare italiano di 50 miliardi per il 2020. Il punto di partenza sono i 33 miliardi del giro di affari che è stato generato dell’esportazione alimentare italiana nel 2013, un traguardo, quindi, piuttosto lontano, ma non irraggiungibile.Parole del Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, consapevole dei problemi che l’export dovrà affrontare per raggiungere il traguardo ipotizzato così come delle potenzialità di questo mercato, che hanno trovato il consenso anche di Oscar Farinetti, presidente di Eataly, il quale, però, chiede al governo di mettere in campo delle politiche efficaci per lo sviluppo delle esportazioni che vertono su due tematiche principali: da un lato la politica fiscale e, dall’altro, un sistema di protezione e di sostegno per le esportazioni.In primo luogo, secondo Farinetti, è necessaria una politica di agevolazioni fiscali per quegli imprenditori che decidono di iniziare ad operare all’estero. Partendo dall’esempio francese, le cui esportazioni alimentari sono il doppio di quelle italiane, l’imprenditore mette l’accento sulla necessità di incentivi che spingano gli imprenditori “a partire, alzarsi dalla sedia e andare nel mondo a vendere le nostre meraviglie”, risultato ottenibile solo se le imprese hanno sgravi fiscali per le operazioni al di fuori del paese.Aumentare le esportazioni sarebbe un grande aiuto per le imprese italiane che, all’interno dei confini, si trovano di fronte ad un mercato al momento stagnante e certamente poco attivo.In secondo luogo, poi, Farinetti, così come anche Francesco Paolo Fulci, presidente di Ferrero, attaccano duramente il sistema inglese di etichettature a semaforo per i prodotti alimentari, sistema che mette il bollino rosso a quegli alimenti che superano determinati limiti di sale, zucchero e grassi: tra gli alimenti che hanno ricevuto il bollino rosso c’è anche l’olio di oliva, spiegano gli imprenditori, il che mette in evidenza che, oltre ad essere un sistema fuorviante per le scelte alimentari dei consumatori, sia anche un evidente ostacolo all’export di alcuni dei prodotti di punta italiani nei paesi che lo adottano. 

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