Consumo di suolo, i numeri di un disastro annunciato

|

“Il suolo costituisce la base per lo sviluppo agricolo, per l’ecosistema e la sicurezza alimentare e, quindi, è la chiave per la vita sulla Terra”. Questo si legge nel documento redatto dalle Nazioni Unite che dichiara il 2015 l’Anno Internazionale del Suolo, durante il quale sono previstie eventi, seminari, workshop e tavole rotonde per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni su questo tema, fin troppo trascurato ma di primaria importanza.

Per comprendere l’urgente necessità di un nuovo e radicalmente diverso approccio verso per lo sfruttamento del suolo che abbiamo a disposizione, un cambiamento di rotta che riduca la cementificazione promuovendo la riqualificazione lasciando maggior spazio alle attività agricole e alle aree aperte.

Nel 2050 la popolazione mondiale sarà di 9 miliardi di persone, il che vuol dire che le limitate risorse di cui si dispone dovranno essere utilizzate con maggiore attenzione se si vuole garantire la sicurezza alimentare. Il suolo è una di queste risorse limitate: solo il 12% della superficie terrestre è terreno coltivabile, dove attualmente si produce il 90% del cibo mondiale.

Ogni anno diminuisce la porzione di terra a disposizione di ogni persona: dagli anni sessanta a oggi si è passati da mezzo ettaro a circa un quinto e non solo nei paesi sviluppati. Le cause della perdita di suolo sono infatti molteplici. Se nei paesi industrializzati il terreno fertile viene sostituito dal cemento – negli ultimi sessanta anni in Europa la dimensione delle aree urbane è aumentata del 68% – in quelli in via di sviluppo ci sono l’erosione e la desertificazione, fenomeni che contribuiscono alla scomparsa di 24 miliardi di tonnellate di suolo fertile all’anno.

Il consumo di suolo è un problema che anche l’Italia conosce bene e che è aumentato vistosamente negli ultimi anni. Negli anni cinquanta il tasso di consumo di suolo era del 2,9%, oggi è il 7,3%, con un totale di 22mila chilometri quadrati urbanizzati e occupati da edifici e capannoni, strade asfaltate e ferrovie.  Milano e Napoli detengono il primato delle città maggiormente cementificate d’Italia, con oltre il 60% della superficie totale occupata da edifici e infrastrutture,  seguite da Pescara e Torino  con il 50%, Monza, Bergamo, Brescia e Bari con oltre il 40% di superficie impermeabilizzata.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA RIVISTA

Conferisco il consenso al trattamento dei dati personali