Decreto Terrevive, al via tra plausi e polemiche

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Terrevive è diventato realtà. La legge che dovrebbe garantire il recupero dei terreni pubblici incolti, creando così nuove opportunità di occupazione e soprattutto un largo introito per lo Stato, grazie alla firma del decreto attuativo è operativa e in questi giorni sono stati pubblicati sul sito dell’Agenzia del Demanio i primi bandi per l’assegnazione di terreni incolti agli agricoltori.

Al momento sono interessati 22 lotti di terreno (1 in Lombardia, 2 in Emilia-Romagna, 1 in Toscana, 1 nelle Marche, 2 in Basilicata, 3 in Puglia e 2 in Sicilia), circa 500 mila ettari di terreno che gli agricoltori italiani potranno acquistare partecipando all’asta organizzata per l’assegnazione, che parte da una base di 100 mila euro.

Terrevive è un progetto che si può dire sia nato dal basso, grazie alle incessanti richieste dei coltivatori e delle associazioni che hanno cercato di puntare l’attenzione sulla grande quantità di terreni pubblici in disuso nel Paese, una risorsa preziosa per gli agricoltori e anche per l’economia italiana tutta.

Questi bandi sono solo il primo passo verso una più massiccia opera di riqualificazione di queste terre, che non solo garantirà una maggiore produzione italiana, ma sarà anche una grande opera di messa in sicurezza del Paese contro il rischio di dissesto idrogeologico. Ma Terrevive, nonostante le ottime intenzioni, ha già ricevuto una serie di critiche e polemiche.

Ciò che non convince gli agricoltori italiani, ma anche coloro che hanno visto Terrevive come una interessante opportunità di affacciarsi all’imprenditoria agricola, è il metodo di assegnazione dei lotti di terreno. Un’asta con una base di partenza di 100 mila euro sicuramente scoraggia i più giovani, anche se è stato garantito il diritto di prelazione per gli under 40 e la possibilità, grazie alla Banca della Terra, di ottenere mutuo a tasso agevolato.

In secondo luogo ciò che preoccupa maggiormente è la destinazione d’uso dei terreni incolti. Sebbene, infatti, sia previsto l’obbligo di coltivazione per venti anni, sono in molti a temere che si creino delle situazioni di speculazione per cui imprenditori con maggiore disponibilità possano fare incetta di terreni a basso costo ora per poi cementificare in seguito.

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