Esportazioni agroalimentari, il 2015 inizia con un sostenuto trend positivo

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Dal 2004 ad oggi la quota delle esportazioni dei prodotti agroalimentari Made in Italy è cresciuta del 70%, arrivando a toccare gli oltre 34 miliardi di euro in valore. Un trend assolutamente positivo confermato dai primi dati riguardanti l’anno in corso: secondo l’Istat, infatti, nei primi tre mesi del 2015 l’export agroalimentare ha raggiunto quasi 9 miliardi di euro in valore, per una crescita del 13%, numeri che sono perfettamente in linea con l’obiettivo di 36 miliardi di euro fissato per il 2015.

Le performance dei prodotti agroalimentari Made in Italy sono state ottime su tutti i mercati, in particolar modo quelli extra UE: se, infatti, il valore delle esportazioni verso i Paesi UE è cresciuto dell’11%, quelle verso i Paesi extra UE hanno registrato un aumento record del 19%, grazie soprattutto a Cina (+51%) e agli Stati Uniti (+26%). Unico dato negativo per l’export dell’agroalimentare italiano è quello relativo al mercato russo, praticamente azzeratosi dopo l’embargo posto la scorsa estate.

Gli ottimi risultati ottenuti dall’export agroalimentare sono una ulteriore conferma al fatto che l’agricoltura italiana è la strada maestra da percorrere per uscire dalla recessione che ancora imperversa sul paese. Non solo, infatti, gli acquirenti stranieri sembrano apprezzate sempre di più i prodotti alimentari Made in Italy, ma è in corso anche un ripresa del mercato interno, con un aumento dell’1,4% registrato nel primo trimestre del 2015, un tasso di crescita doppio rispetto a quello degli altri comparti.

Questi sono i primi entusiasmanti risultati del lavoro fatto negli ultimi anni per la promozione del Made in Italy agroalimentare nel mondo. Il settore, però, può diventare il volano di una decisiva svolta per l’economia italiana solo attraverso un piano di sviluppo e di internazionalizzazione mirato a migliorare la comunicazione dei prodotti italiani sui mercati esteri e al contrasto dell’italian sounding, fenomeno che non solo danneggia economicamente i produttori italiani, ma ne mina alla base l’immagine e l’affidabilità.

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