Governance di Internet e vino, l’Italia si impegna nella difesa delle indicazioni geografiche

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Internet e i suoi domini sono di prepotenza entrati tra le priorità del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea. Da quando lo scorso anno, infatti, l’Icann (Internet corporation for assigned names and numbers, ovvero l’ente che si occupa di assegnare i domini per i siti Internet) ha permesso la registrazione di domini personalizzati, molte aziende e società hanno richiesto l’assegnazione di domini che permettessero loro di richiamare indicazioni geografiche ‘famose’ al fine di commercializzare determinati prodotti.Nello specifico si tratta dei domini .wine e .vin, richiesti da alcune aziende cinesi che non hanno nulla a che fare con il vino ma che, grazie a questi domini, possono trarre beneficio da quell’italian sounding che da tempo sta facendo una concorrenza non proprio corretta ai prodotti made in Italy.La questioneIl problema non è certo nuovo. La questione nasce lo scorso anno e, da allora, si sono susseguite lettere ricolte all’Icann da parte di varie istituzioni (tanto italiane quanto europee) per chiedere che alla concessione di questo tipo di domini venissero affiancate anche delle clausole di protezione specifiche.Il problema fondamentale è che, una volta acquistato il dominio .wine o .vin, qualsiasi azienda può chiamare il suo sito, ad esempio, brunello.wine o chianti.vin, approfittando così dell’immagine che evoca per attirare un maggior numero di potenziali acquirenti, anche se il prodotto venduto non ha nulla a che fare con le indicazioni geografiche (IG).Le conseguenzeUna tale libertà nella concessione dei domini .wine e .vin rischia di essere molto pericolosa per il mercato del vino e non solo quello italiano (sebbene l’Italia, insieme alla Francia, sia uno dei Paesi potenzialmente più colpiti), ma le conseguenze non sono esclusivamente economiche, ma anche politiche e sociali:
La partita del web – ha commentato Maurizio Martina, il Ministro delle Politiche Agricole e Forestali – è decisiva per il futuro dell’agroalimentare italiano ed europeo. Non è ammissibile che le nostre denominazioni possano essere vendute come termini generici a chi non rappresenta il territorio, il tessuto produttivo e l’anima di chi vive e opera in questi luoghi.
La partita, comunque, è ancora tutta da giocare, dato che, dopo un primo incontro con i rappresentanti delle diverse parti, si è arrivati solo al rinvio di 60 giorni della decisione sull’assegnazione delle estensioni in causa, un periodo in cui si spera si possa giungere ad una soluzione accettabile per tutti.

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