Non si può solo parlare di lotta alla fame, bisogna agire

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È questo in sostanza l’allarme lanciato dall’Oxfam con la pubblicazione del rapporto “Un clima che affama”, in cui sottolinea amaramente come, nonostante gli appelli e l’urgenza nell’applicazione di misure specifiche per tenere sotto controllo il fenomeno, si sia ancora ben lontani dall’aver fatto realmente qualcosa.Le stime del rapporto non lasciano dubbi: se la situazione non cambia, entro il 2050 ci saranno 50 milioni di persone che soffriranno la fame, metà delle quali saranno bambini sotto ai cinque anni. Questo è il risultato della diminuzione del 2% della produzione agricola mondiale per effetto dei cambiamenti climatici a fronte di un aumento della domanda di cibo pari al 14%.Il nodo della questione è tutto nel clima e nei cambiamenti sempre più evidenti che si stanno manifestando in questi ultimi anni. Secondo un recente studio del dell'IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici) il riscaldamento globale avrà un impatto ben più pesante del previsto sulla disponibilità di cibo e non solo perché i cambiamenti saranno sempre più gravi e veloci, ma anche perché nessun paese ha messo in pratica quelli che sono stati definiti dalla stessa organizzazione i ‘dieci comandamenticontro la fame nel mondo.Nessun paese ha fatto passi avanti su questa strada, anzi, secondo l’indagine la maggior parte risultano sotto la sufficienza. Alcuni miglioramenti sono stati rilevati per gli investimenti in agricoltura, per gli aiuti umanitari,  le riserve alimentari e la discriminazione di genere, ma per tutti gli altri sei ‘comandamenti’ la votazione non raggiunge la sufficienza: male la previdenza sociale e le previsioni meteo (in paesi come il Ciad c’è una stazione meteo ogni 80mila chilometri), così come gli investimenti nella ricerca e sviluppo agricolo, il che ha portato anche ad una sensibile diminuzione delle varietà di semi; ancor peggio se si guarda a quanto fatto in merito al finanziamento per l’adattamento al cambiamento climatico, al miglioramento dei sistemi di irrigazione e all’assicurazione sui raccolti.Tutto questo, quando il 5% della ricchezza dei 100 uomini più ricchi del mondo basterebbe per garantire ai paesi poveri i finanziamenti per gli adattamenti climatici.

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