Patatagate, a rimetterci sono le patate

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Cinque mesi fa in Italia è scoppiato il patatagate, dopo il sequestro da parte delle autorità di un carico di patate proveniente dalla Francia, nello specifico dalla Comyn di Picardie, e destinato alla Romagnoli Fratelli Spa di Bologna, leader del commercio delle patate in Italia. Il motivo del sequestro è stata la bolla di accompagnamento, che parlava di patate coltivate in Italia.

Le autorità, che poi hanno dissequestrato il carico, hanno subito pensato ad una truffa, ovvero l’importazione di patate coltivate all’estero che, grazie all’intermediazione di ditte italiane, vengono poi commercializzate come prodotto italiano. Le indagini si sono allargate anche ad altre aziende, portando alla luce un presunto giro europeo di movimentazione delle patate da paesi in cui controlli fitosanitari sono più leggeri – e quindi la produzione meno costosa – all’Italia, dove vengono rivendute come made in Italy.

Non è certo la prima volta che prodotti alimentari importati vengono spacciati come italiani, le truffe alimentari sono in continuo aumento e le patate, il vegetale più consumato in Italia, non fa certo eccezione. Secondo la Coldiretti ogni 10 patate commercializzate in Italia, 4 provengono dall’estero: non potrebbe essere altrimenti, dato che se ne consumano, tra prodotto fresco e trasformato, più di quante se ne producono.

Secondo gli ultimi dati Ismea e Gfk-Eurisko , in Italia lo scorso anno sono stati coltivati 15,4 milioni di quintali di patate, ne sono state importate 5,4 milioni e esportate 1,4 milioni. Un totale, quindi, di più di 20 milioni di patate destinate in larga parte al consumo fresco (circa 15 milioni di tonnellate) e, la restante parte i suddivisa tra industria della trasformazione, sfridi e perdite.

Questi dati rassicurano sulla provenienza delle patate commercializzate dalla grande distribuzione, ma ciò non toglie che, ogni qualvolta vengono alla luce casi del genere (veri o presunti), non si fa che danneggiare i produttori italiani, che non possono concorrere con i prodotti esteri, e il nome stesso del made in Italy.

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