Uva da tavola, urge rinnovamento

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Ad oggi l’Italia è il primo produttore europeo di uva da tavola e si colloca tra i primi anche a livello globale. Un primato senza dubbio molto importante, che conferma la posizione di leadership che ha il Belpaese nella produzione alimentare di qualità, ma che rischia però di essere affossato a causa tanto della concorrenza dei paesi emergenti, quanto per via di problemi che il comparto si porta dietro da anni.

Mediamente ogni anno in Italia si producono circa 1.268 tonnellate di uva da tavola, la maggior parte della quale (circa il 70%) proviene dalla Puglia. Una larga parte di questa uva viene destinata all’esportazione, con performance ottime sui mercati di tutto il mondo.

Negli ultimi anni, però, in particolar modo a partire dal 2009, si è registrata una netta inversione di tendenza che ha portato a un calo delle quote dell’export del 12% solo tra il 2013 e il 2014. Allo stesso tempo, è stata registrata una diminuzione delle superfici dedicate (circa 35 mila ettari) del 2,3% all’anno. Una situazione di per sé non positiva e che mette in evidenza la necessità di cambiare nuovamente rotta e tornare ai fasti di un tempo.

Per farlo, come ha dichiarato in una recente intervista Giacomo Patruno, coordinatore del comitato uve da tavola di Ortofrutta Italia, è necessario intervenire al più presto su due fronti: in primo luogo ridurre i costi di produzione a carico dei coltivatori per garantire loro sia una maggiore redditività sia prezzi competitivi con quelli dei Paesi emergenti, in secondo luogo è necessario adeguare il prodotto italiano alle esigenze dei nuovi consumatori.

Uno dei problemi più grandi del settore, infatti, è proprio la scarsità delle varietà presenti: il 70% della produzione nazionale è l’Italia, varietà la cui creazione risale all’inizio dello scorso secolo; si tratta, inoltre, di una varietà con semi che incontra sempre meno i gusti dei consumatori, tanto nazionali quanto esteri.

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